Candy Candy

Un film di Hiroshi Shidara
Genere: Cartoon (1980)
In occasione dello scorso 8 marzo il gruppo “Anime giapponesi”, composto da Andrea Nobile, Saverio Lombardo e Filippo Mazzarella, ha riproposto, come già l’anno passato, la proiezione double-bill dei lungometraggi “Candy + Candy” e “Candy Candy & Terence”, ovvero i due lungometraggi di montaggio tratti dalla serie televisiva “Candy Candy” e distribuiti nelle sale italiane alla fine degli anni ’70. Già nel 2006 l’iniziativa aveva riscosso un notevole successo, riconfermato anche quest’anno dalla proiezione all’Arcobaleno Filmcenter: segno che la passione per questo anime, trasmesso per la prima volta in Italia nel 1980 da Telereporter, è sempre molto vivace, grazie ad un nutrito “zoccolo duro” di fan prevalentemente di sesso femminile.
In effetti “Candy Candy” nasce come shojo manga (manga per ragazze) ad opera della scrittrice Kyoko Mizuki e della disegnatrice Yumiko Igarashi, ed approda in televisione nel 1976 per la regia di Hiroshi Shidara. Il suo pubblico di riferimento non sono tanto le bambine di più tenera età, quanto le adolescenti (o al limite pre-adolescenti) e le donne: temi e logiche narrative derivano dal feuilleton di fine Ottocento, e le vicende sentimentali hanno spesso una dimensione da soap-opera. “Candy Candy” è difatti la prima vera soap-opera in animazione, e proprio per questo, sorprese gli spettatori italiani, abituati soprattutto ai cartoons della Warner e a quelli di Hanna & Barbera. Fu una vera e propria rivoluzione: per la prima volta, in Italia, venne proposto al grande pubblico televisivo un’animazione non necessariamente dedicata all’infanzia, un prodotto dotato di una continuity (con episodi non autoconclusivi ma legati indissolubilmente l’uno all’altro), in cui fossero possibili colpi di scena di ogni genere e, soprattutto, la morte.
Un grande melodramma, quindi, che riesce ad appassionare ancora oggi chi lo ha amato, ed a farsi odiare ancora oggi da chi non lo ha mai sopportato: difficile, però, non lasciarsi minimamente coinvolgere dalla tormentata storia d’amore fra Candy e Terence, e rimanere indifferenti di fronte alle efficaci trovate narrative della serie (spesso portate all’eccesso, ma sempre divertenti).
Ai fan nostalgici ricordiamo che, dopo il passaggio su Telereporter, “Candy Candy” è stato trasmesso nel 1987 da Retequattro (tutti i giorni alle 13.00), e nel 1988 da Italia 1 (alle 16.00 di martedì, giovedì, sabato e domenica).


Prima della proiezione abbiamo intervistato Filippo Mazzarella e Saverio Lombardo, che ringraziamo per la cortesia e la disponibilità.


Domanda: Partiamo anzitutto dal gruppo “Anime giapponesi”; come si è costituito e da chi è composto? Quali iniziative sono già state realizzate e con quali risultati?

Risposta: E’ un trio, più che un gruppo, ed è composto da me (Filippo Mazzarella, n.d.r.), da Saverio Lombardo e da Andrea Nobile. Io sono un critico cinematografico, come anche Saverio Lombardo, ma rispetto a lui, che è il principale appassionato di anime, arrivo all’animazione giapponese un po’ in ritardo, più che altro sulla scorta di uno studio dei prodotti di lungometraggio usciti dagli anni ’60 in avanti. Andrea Nobile è il terzo anello della catena, con cui tre anni fa, al cinema Palestrina di Milano, abbiamo pensato di organizzare una rassegna di cartoni animati: lui ci ha messo il cinema, Filippo ha fornito la consulenza sulle serie televisive, mentre io mi sono informato su quali film ci fossero in circolazione. La prima rassegna, che si chiamava appunto “Anime giapponesi”, è stata organizzata spendendo venti o venticinque euro di pubblicità, con un paio di manifesti ed alcuni volantini stampati malamente, ma siamo riusciti ad entrare in possesso tramite collezionisti di quei pochi film in pellicola che sono circolati fra il 1979 e il 1981, cioè il punto di partenza e di apogeo televisivo RAI dell’animazione giapponese, perché in quegli anni erano stati proposti nelle sale alcuni lungometraggi di montaggio, realizzati qui, che compendiavano in qualche modo queste serie: li hanno fatti per “Goldrake”, per “Mazinga”, per “Candy Candy”, per “Lupin”…insomma, abbiamo cercato di recuperare il recuperabile. Ovviamente siamo partiti da alcuni film vintage e con ciò che il mercato offriva in quel momento, cioè “Cowboy Bebop” ed i Myazaki già editi, e con nostra sorpresa c’è stato il tutto esaurito. Da qui abbiamo deciso di proporre, a distanza di pochissimi mesi, “Anime giapponesi 2”, ma con un cartellone molto più vasto e con il coinvolgimento delle principali realtà dell’home video, come Mondo Home Entertainment, Yamato e De Agostini; “Anime giapponesi 3” si è svolto invece l’anno scorso, e per la prima volta non soltanto al cinema Palestrina, ma anche all’Arcobaleno, con l’anteprima notturna di “Kyashan”, e alla Cineteca Italiana, dove abbiamo offerto prodotti un po’ più ricercati come “Una tomba per le lucciole” e la prima edizione di “Senza famiglia”. Per quanto riguarda invece la quarta edizione, le date sono ancora incerte: se non riuscissimo ad organizzarla per la primavera, probabilmente slitterà a fine 2007.

D: A proposito della proiezione double-bill dei lungometraggi “Candy + Candy” e “Candy Candy & Terence”, cosa ha determinato questa scelta?

R: In realtà è una replica, un’idea che abbiamo avuto l’anno scorso. Prima di “Anime 3” avevamo preso in considerazione la possibilità di trasferirci in un multiplex, per occupare più sale contemporaneamente, ma quando abbiamo sondato l’Europlex Bicocca abbiamo scoperto che c’erano dei problemi con la proiezione in digitale. Scartata quindi l’ipotesi di trasferire lì la rassegna, abbiamo voluto fare un test: avevamo appena trovato i due lungometraggi che compendiavano l’intera serie di “Candy Candy”, così abbiamo pensato di proiettarli entrambi in occasione dell’8 marzo, una scelta che se da un lato è romantica e divertente, dall’altro forse non è poi tanto politicamente corretta. Il risultato è stato di fare l’8 marzo due volte, perché l’affluenza di spettatori ci ha consentito di replicare le proiezioni anche il giorno successivo, e considerato il successo che questa iniziativa ha avuto nel 2006, abbiamo pensato di ripeterla anche per il 2007. E’ stata una grossa soddisfazione, perché in un momento in cui la gente non va al cinema ci ha fatto piacere scoprire una precisa esigenza del pubblico, e ci ha fatto altrettanto piacere vedere i genitori che portavano i figli piccoli, a cui abbiamo deciso di non far pagare il biglietto.

D: Per quale ragione, secondo voi, “Candy Candy” continua ad avere successo? Ha qualcosa a che fare con il contesto socio-culturale in cui si è diffusa la passione per la serie?

R: La nostra spiegazione è che il contesto culturale non conti più di tanto, conta il legame forte che ha la nostra generazione con questi prodotti, un legame che non rimane fisso ma si tramanda. Nel rock, ad esempio, gli idoli cambiano di generazione in generazione, mentre in quest’ambito esiste un effetto costante di amore ed ammirazione, un effetto che i più giovani ereditano dai meno giovani. Per quanto riguarda “Candy Candy” nello specifico, pensiamo che le ragioni risiedano nel fatto che in fin dei conti è una grande storia d’amore, e da che mondo è mondo i sentimenti hanno un peso eccezionale nella vita di chiunque. Oltre a questo, crediamo che sia merito di un certo modo di raccontare, tipico del feuilleton da cui “Candy Candy” deriva: questo tipo di narrazione ha una struttura fortissima che non può non funzionare, anche se ovviamente, come esistono tantissimi appassionati, per lo più pubblico femminile, esistono altrettante persone che non ne vogliono nemmeno sentire parlare. Ad ogni modo oggi c’è anche un culto diverso rispetto a quando eravamo giovani, perché all’epoca noi sapevamo che ad una certa ora c’era un certo spettacolo, e su questo non c’erano dubbi, non si veniva traditi, e le serie venivano trasmesse dall’inizio alla fine senza il rischio di interruzioni. Per questo ci si affezionava: c’era un appuntamento fisso e non lo si mancava, anche perché non c’erano ancora le possibilità offerte oggi dall’home video. E poi le serie di allora erano fatte meglio rispetto a quelle di oggi, c’era una storia, una sceneggiatura di base, e “Candy Candy” in particolare ha la caratteristica di non essere frazionata in episodi autoconclusivi, ma possiede invece una continuity in cui i personaggi si evolvono, crescono, muoiono anche. L’arrivo degli anime giapponesi fu una vera e propria rivoluzione: erano così diversi e così terribilmente alieni nella loro logica, anche per quanto riguarda la rappresentazione delle forme umane, che si diceva fossero fatti con il computer. Pure la loro “staticità” ha generato molti scompensi, come il discorso relativo alla continuity; da quest’ultimo punto di vista, gli anime giapponesi stanno ai cartoon americani come i fumetti Bonelli stanno ai comics Marvel. Il fatto di dover seguire una storia dall’inizio, il fatto che un personaggio potesse scomparire e poi in seguito riapparire, il fatto che una serie potesse concludersi definitivamente, la presenza della morte: tutto questo generò grande stupore. E non è certo un caso che la censura sia sempre intervenuta pesantemente.

D: Ci sarà mai una distribuzione in dvd di “Candy Candy”? Ho letto di una disputa piuttosto accesa per i diritti della serie…

R: C’è una disputa alla base di tutto che blocca sia i diritti broadcast che i diritti home video a livello internazionale. La serie sopravvive solo a livello di cineteca (dato che la nostra è un’operazione puramente cinetecaria) grazie a queste pellicole che vennero realizzate su autorizzazione ai tempi e che adesso sono reperibili. Al momento non si ha quindi notizia di una distribuzione in dvd.

D: Iniziative future?

R: Intanto vorremmo rendere l’Arcobaleno Filmcenter la sede stabile di “Anime Giapponesi”, se rimanesse una rassegna; noi ovviamente vorremmo diventare un piccolo festival, ma i costi sarebbero ben diversi, e sarebbero anche difficilmente sostenibili. In realtà ci basterebbe anche rimanere una rassegna, ma con una sede stabile, e riuscire a presentare magari su due o tre schermi contemporaneamente, nell’arco di una settimana, una quantità variegata di prodotti: dalle novità al vintage. In mezzo a tutto questo non ci dispiacerebbe offrire anche un’esposizione permanente di materiale promozionale, come manifesti e cartelloni originali relative alle serie, o di merchandising, come giocattoli e gadget di diverso genere. L’obiettivo, insomma, è di rendere la nostra iniziativa sempre meno “one shot” e sempre più stanziale.
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