La vita di Adele

Voto: 4/5 - 
Titolo Originale: La vie d'Adèle
Un film di Abdellatif Kechiche. Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix
Genere: Drammatico, Sentimentale - Francia (2013) Durata: 179min.
Produzione: Wild Bunch, Quat'sous Films, Alcatraz Film. 
Distribuzione: Lucky Red
Data Uscita cinema: 24/10/2013
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Finalmente anche nelle sale italiane La vita di Adele, ultima grande opera del regista tunisino Abdellatif Kechiche e Palma d’oro alla 66ma edizione del Festival di Cannes. Grande, perché discutibile (nel senso costruttivo del termine) al di là delle polemiche sul set, soprattutto nel dibattito culturale. Apprezzabile, volenti o nolenti, per l’audace e il rischioso proposito di voler manifestare la vita, lasciandosene attraversare.

“Il volto umano è un abisso, che nemmeno un approccio mirato e un circoscritto orizzonte temporale riescono a colmare”. Questo commento critico, che trae origine dalle teorizzazioni di Antonine Artaud, sintetizza in modo magari non esclusivo, ma quanto mai felice, l’audacia e l’inclinazione de La vita di Adele. Il film, fortemente pervaso da citazioni artistiche e filosofiche, non annovera esplicitamente Artaud, padre concettuale della “crudeltà scenica”, eppure Kechiche esprime, attraverso la propria cifra stilistica, un medesimo rigore implacabile nella regia, che si svincola dalle trame della scrittura per farsi pura sinergia malleabile durante le riprese. Crudele, perché appunto crudo, scomodo nell’ostentazione prolungata del realismo, della tangibilità e intensità della corporeità umana, che non si esaurisce certo nelle lunghe e reiterate scene di sesso senza veli che infiammano le protagoniste, ma focalizza soprattutto nel volto in primissimo piano la superficie nevralgica sotto cui si dibattono ed esplodono le emozioni.

Questa marca autoriale aveva già assunto potente risalto nel precedente Venere nera, ove la tirannia dell’esibizione anatomica confliggeva tragicamente con l’implosione impassibile del dolore interiore. Al contrario, ne La vita di Adele, l’autore conduce l’impresa di restituire una sorta di “vita liberata”, proprio come inteso da Artaud nel suo teatro: “Non l’imitazione della vita, ma la vita; l’imitazione di un principio trascendente, con cui l’arte ci rimette in comunicazione”, e che insinui nello spettatore, a sua volta liberato dalla passività del voyeur, un contagio. Il contagio del ribrezzo pornografico che impregnava Venere nera diventa contagio di sublimazione dell’eros ne La vita di Adele. L’esplorazione minuziosa dei volti e dei corpi è la dichiarazione programmatica delle intenzioni di Kechiche di cogliere per transitività dei gesti e della mimica, fin nei pori della pelle, delle rifrazioni dell’iride, nella consistenza delle lacrime e della saliva, il mistero alchemico e desiderante dell’intercorporeità, che letteralmente magnetizza gli esseri umani, sopraffacendoli. E pare sia proprio questo l’autentico anello di congiunzione con la graphic novel, Il blu è un colore caldo dell’artista francese Julie Maroh, da cui il film ha tratto libera ispirazione. “Forse le tavole che ritraggono i corpi nudi”, afferma il regista, sono all’origine creativa del suo personalissimo progetto scopico. È per questo che Adele-personaggio, assume un nome nuovo e le fattezze della musa-interprete Adele Exarchopoulos. È per questo che l’immaginazione dell’autore configura per la protagonista i primi due capitoli di un percorso di vita, che per ora riguardano il suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la sua vocazione per l’insegnamento, soprattutto la meraviglia dell’innamoramento e la responsabilità dell’amore. La lettura scolastica de La vie di Marianne di Marivaux, romanzo di formazione femminile, è l’incipit metanarrativo che avvia l’indagine fenomenologica sentimentale a partire dalla concettualizzazione del “colpo di fulmine”. “Il primo sguardo tra due persone destinate a innamorarsi… una scossa destinata a scuotere le fondamenta di una vita altrimenti banale”. La vita di Adele è quella di un'adolescente comune, che ama fantasticare leggendo, che vive meccanicamente le dinamiche di gruppo dei suoi coetanei e affida a un diario i propri segreti. Se banalità esiste in questo presente, che è già passato, sbiadito, subito dopo l’incontro con Emma (Lea Seydoux), si rintraccia infatti proprio negli stereotipi che connotano le sue relazioni, la laconicità del dialogo con i genitori da un lato, la morbosità e la superficialità delle sue amiche, persino il bullismo esasperante di gruppo, quale mezzo di autodifesa al solo sospetto di una omosessualità latente (nulla dello scandaglio introspettivo, silenzioso ma inquieto, del dittico Naissance des pieuvresTomboy della collega connazionale Celine Sciamma). Così, mentre Adele tergiversa con le circostanze della vita (la breve relazione con un ragazzo), in questa prima fase pare piuttosto essere profondamente attraversata dalla vita stessa, un corpo agito da forze esterne, più che agente consapevole: il primo corteo di rivendicazione in piazza, il bacio sulle labbra che le ruba per gioco una compagna di classe, il sogno di passione con Emma, che ha solo incrociato per strada e ancora non conosce di persona, fino al richiamo istintivo a seguire un gruppo di ragazze in un locale gay. È qui che tutto cambia, è qui che ha luogo la rivelazione rara e ancestrale dell’innamoramento, è qui che, faccia a faccia con Emma, studentessa di belle arti dai capelli-periodo blu, prende vita lo stato nascente dell’amore, impeto fluido che trascende le volontà, che soprattutto trascenderà i limiti estremi della fusione sessuale; incantesimo che di per sé incide indelebilmente sulla percezione degli amanti e che, nel caso di Adele, è anche dichiarazione della propria identità.

Nelle strette riprese delle espressioni, anche minime, delle protagoniste, Kechiche racchiude le plausibili chiavi di lettura di una narrazione che, costretta nello spazio diegetico, si sintetizza in un susseguirsi di scene (ritratti) madre. Emblematica per tutte, quella in cui, in uno dei primi anelanti incontri, sedute su una panchina in un parco, Adele si lascia per la prima volta ritrarre da Emma in un disegno a matita e, dopo averlo visto, afferma di intravedere una somiglianza con una se stessa che però non riconosce totalmente, suscitando in Emma rimandi alla filosofia di Sartre. Il pensatore per eccellenza della libertà assoluta dello stare al mondo, come presupposto e condanna esistenziale, è infatti il mentore di Emma, giovane donna fiera e risoluta che, da innamorata e da artista, trasfigura la sua amata-ispiratrice per sedurla e legare indissolubilmente a sé l’essenza di quel volto (che continuerà a lungo a figurare nei suoi dipinti) ma che sfugge ad Adele. È Il volto sacro e irriducibile dell’amore?. Probabilmente è proprio nel credo sartriano che si cela la crepa che finirà per minare la relazione e rivelarne il principio utopico e contraddittorio (che vale per il tarlo logorante della gelosia che pervade Adele, nonché per la rabbia distruttiva di Emma dopo la scoperta del tradimento) di poter “possedere la libertà dell’altro nella libertà” reciproca ed esserne al contempo il limite. Oltrepassato il limite, Adele si ritrova, dunque, a soffrire della sua stessa libertà liberata dal sentimento, ma non dalla passione, che tenta di incanalare positivamente nel genuino e onesto trasporto che nutre per l’insegnamento, la sua missione di vita; è questo senza dubbio l’altro grande tema aperto, che pervade il film e lo stesso Kechiche. Anticipazione dei capitoli successivi di una vita che, per ora, abbiamo solo scoperto di poter vivere.
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